Sindrome di Alienazione Culturale

Come anticipiamo in questo articolo riteniamo che una nuova forma di scompenso adolescenziale possa configuararsi nella Sindrome da Alienazione Culturale, come proponiamo di chiamarla.
La situazione di conflitto culturale in cui si trova il ragazzo o la ragazza, in un crescendo che viene estremizzato fino al momento in cui l'adolescente sembra operare una scelta irreversibile di divisione del mondo e di sè stesso/a, assomiglia molto alle situazioni di sepazione coniugale conflittuale in cui a un certo punto un figlio (figlia, più spesso) conteso prende posizione dalla parte di un genitore e rifiuta di continuare ad avere rapporti con l'altro, con modalità quasi deliranti. E' la ben nota Sindrome di Alienazione Genitoriale che tanti problemi e difficoltà crea nelle situazioni di separazione conflittuale.
Si può forse anche qui parlare di una Sindrome di Alienazione Culturale, in cui l'adolescente 'conteso' fra due culture, quella originaria della famiglia e quella del gruppo sociale dei coetanei, fa una scelta di campo alienando/amputando una metà della sua vita, con modalità anche qui quasi deliranti (talora francamente deliranti) e con conseguenze che possono essere tragiche. La famiglia infatti, come quasi tutti gli operatori e le istituzioni coinvolte, non capisce quello che sta succedendo alla figlia e reagisce talora in modo incongruo e fra azioni e reazioni si può arrivare all'irrimediabile. (L'espressione 'Alienazione Culturale' è stata usata finora in campo sociologico e storico in un modo che è a mio parere molto vicino al significato clinico che vi riconosciamo e giustifica ulteriormente la denominazione di questa sindrome. Vedi qui)
E' urgente che tali situazioni siano riconosciute per quello che sono, e che gli interventi siano quelli dell'emergenza psichiatrica e non quelli sociali o di polizia!
Vedi anche (in forum solo per medici/psicologi) le nostre presentazioni al convegno EFPP di Firenze della primavera 2010 e al convegno di adolescentologia di Firenze 9/10/10.
Invece che ad alcuni casi clinici di cui ci siamo occupati direttamente, faremo qui di seguito riferimento ad alcuni possibili casi non riconosciuti che hanno occupato la cronaca dei giornali nazionali.

Possibile caso non riconosciuto
Da un giornale
Fano, ragazza rapita dal padre
da un centro di accoglienza

FANO - Una ragazza pakistana di 17 anni è stata portata via dal padre, oggi intorno alle 13.30 a Fano, dal Centro di Accoglienza dell'Associazione Cante di Montevecchio Onlus, al numero 5 di via Fernando Palazzi, al centro della città marchigiana. L'uomo, assieme ad un'altra persona, ha costretto la ragazza a salire a bordo di una station-wagon, che poi è ripartita a tutta velocità. E' stato questo che ha fatto immediatamente pensare ad un rapimento e che ha fatto scattare l'allarme. Continua qui
COMMENTO
Che si tratti di un caso simile? Molti aspetti (età, nazionalità, tipo di intervento...) sembrano suggerirlo. Sarà stata valutata la possibilità di una sindrome psicopatologica? Sul giornale appare solo il dato sociale culturale, forse deformante.
I rischi di deformazione sono molto alti in casi di questo tipo, come in molti casi di sospetto abuso, fisico o sessuale che vengono denunciati spesso in corso di separazioni coniugali conflittuali, ai danni di un figlio variamente conteso. E' molto difficile anche agli specialisti sottrarsi alle influenze ambientali che possono alterare e 'inquinare' le valutazioni. La spinta a 'schierarsi' è fortissima, e il rischio di identificarsi è accentuato. Particolare che spesso il genere sessuale dello specialista influenza il tipo di identificazione e di schieramento.

PESARO Notizie giornalistiche
SVILUPPI Ritrovata la ragazza rapita a Fano
Sta bene, arrestati entrambi i genitori
"Il padre, 40enne pachistano, non sopportava il suo stile di vita troppo "occidentale"
Voleva che la ragazza sposasse un connazionale. Coinvolta nella fuga l'intera famiglia

PESARO - E' stata ritrovata e sta bene Almas Mahmood, la ragazza pachistana di 17 anni rapita ieri dal padre nei pressi di un centro di accoglienza di Fano. Oltre al padre, Akatar Mahmood, di 40 anni, i carabinieri del comando provinciale di Pesaro hanno arrestato anche la madre, con l'accusa di concorso nel sequestro. In macchina, infatti, c'erano anche lei e altri due figli. Il maschio, 16 anni, è anche lui indagato. Secondo le prime ricostruzioni, sembra che il padre volesse costringe la giovane a sposare un connazionale.

Subito dopo il sequestro, la famiglia si è diretta verso Roma, dove ha trascorso la notte appoggiandosi presumibilmente a casa di connazionali residenti nella capitale. Poi, alle prime luci dell'alba, sono ripartiti verso Bologna, per ridirigersi ancora nel Pesarese. Qui, sull'autostrada A14 tra Fano e Marotta, l'auto è stata fermata dai carabinieri, che avevano seguito gli spostamenti della famiglia tenendo sotto controllo il cellulare del padre, rimasto sempre acceso.

Secondo quanto riferito da un inquirente, la ragazza è apparsa "sollevata" nel vedere le forze dell'ordine. Almas era stata affidata al centro "Fenice" dal Tribunale dei Minori, a causa dei maltrattamenti subiti in famiglia. Il padre, infatti, non sopportava il suo stile di vita "troppo occidentale" e le sue amicizie italiane. Per questo voleva a tutti i costi che la figlia sposasse un pachistano. L'anno scorso la giovane era finita in un ospedale di Senigallia in seguito alle botte ricevute. (19 gennaio 2010) Tutti gli articoli di Cronaca

COMMENTO

Assomiglia molto ai casi di cui ci occupiamo, dove il 'rapimento' è interpretabile forse come un 'agito' (cioè un'azione sintomatica) che risponde al primo agito della ragazza. C'è da pensare, sotto le notizie giornalistiche che sono all'insegna del 'conflitto di culture' e criminalizzano i genitori, che tutta la questione non venga affrontata nel modo adeguato, che è quello di approfondire le dinamiche psicologiche in queste situazioni. Troppo rapidamente si agisce, a livello di servizi sociali magistratura, ecc, e si innescano azioni e reazioni che possono finbire tragicamente.
E' urgente che tali situazioni siano riconosciute per quello che sono, e che gli interventi siano quelli dell'emergenza psichiatrica, e non quelli sociali o, peggio, giudiziari!

SVILUPPI
Le ulteriori informazioni (leggi) ci convincono che non tutto è come sembra nella brutta vicenda di Fano.
Sembra che genitori e ragazza non si incontrassero da dieci mesi, prima del 'rapimento': non viene detto nulla sulla condizioni psichiche della ragazza prima e dopo l'allontanamento da casa, in particolare si citano solo i servizi sociali. Non viene detto se la ragazza è stata valutata approfomnditamente a livello psicologico. Ci sono forti dubbi che la strada abbia preso indebitamente - ma come spesso succede - la via giudiziaria invece che la via psicologica per affrontare quello che potrebbe essere stato un conflitto familiare intergenerazionale mascherato da conflitto culturale.
Ci siamo occupati di casi simili - di ragazzi separati drammaticamente dalla famiglia per più di un anno - che solo dopo un intervento psicologico lungo e complesso, con il ragazzo stesso, con i genitori, con le comunità ospitanti, ha superato lo stato psichico alterato in cui è precipitato ed è potuto tornare dai suoi familiari.

Anche il famoso caso di Hina, di cui proprio in questi giorni giungono le notizie della sentenza di Cassazione, sembrerebbe rientrare in questa sindrome, purtroppo non riconosciuta e finita tragicamente.
La sentenza parla di motivi non tanto religiosi, ma relazionali. In realtà è probabile che in queste situazioni entrino in gioco, confusamente, una quantità di fattori: culturali, religiosi, relazionali, psicologici.
Il problema è che le manifestazioni più evidenti sono quelle agite, cioè che che prendono la strada delle azioni e portano rischiosamente ad altre azioni, in un possibile rischio di circolo vizioso che può arrivare alla tragedia. Apparentemente nessuno dei protagonisti ha sintomi francamente psichiatrici, ma il problema è di blocco progressivo delle comunicazioni, per cui i vissuti emotivi prendono la strada dello scarico nell'azione, dalla fuga al rapimento all'omicidio. La situazione non è molto diversa da quella che produce vissuti deliranti con tutte le conseguenze possibili.
E' fondamentale un intervento che riapra la strada alle comunicazioni e eviti i passaggi all'atto. Ma spesso gli interventi fatti si limitano a rinforzare gli agiti, la separazione dell'adolescente, l'impedimento ai contatti, ecc.
La conoscenza della possibilità che si tratti di sindrome di alienazione culturale potrebbe aiutare gli interventi a orientarsi sul lavoro psicologico e relazionale con entrambe le parti in gico, scisse su posizioni estreme e incomunicabili.
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