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Timori di autismo in un bimbo di 19 mesi

Una mamma, di fronte al ritardo del linguaggio del proprio bambino, esprime ansie e timori che possa trattarsi di autismo.
In particolare: "a quasi 20 mesi non indica con la mano ciò che gli interessa o che vuole (al limite ci prende per mano e ci porta presso l'oggetto e fa capire che lo vuole)
a volte sembra "sordo" e non risponde ai richiami, soprattutto se impegnato a fare qualche cosa.
A me riesce difficile guardarlo negli occhi. E' sempre sfuggente, in movimento. A volte mi chiedo come fa ad imparare se non ci ascolta o non guarda mentre parliamo...
Tutte queste anomalie sopra elencati insieme ad altre cose che no posso raccontare per brevità, mi portano ad una conclusione di probabile autismo. Nessun dottore ancora me ne ha parlato, ma mi convinco sempre di più che quiesta sarà la loro diagnosi finale, dopo mille valutazioni e magari dopo un anno e mezzo."

La risposta che dò è la seguente:

"L'autismo è un disturbo complesso e ancora poco compreso della relazione, della comunicazione e dello sviluppo simbolico, cui si aggiungono di solito comportamenti bizzarri ripetitivi e stereotipati, insieme a un disinteresse accentuato per le persone, salvo l'usarle strumentalmente per i propri bisogni e desideri. Oggi si fa una grande confusione su questa sindrome, fra grida di epidemia e propaganda di interventi più o meno miracolosi.
E' vero che spesso fino a tre anni il quadro non è completo, ma il caso in questione non sembrerebbe così preoccupante. Le educatrici del nido spesso sono le prime a segnalare difficoltà dei bambini e a consigliare visite specialistiche, e, come dice la mamma, "il condividere oggetti, il sorridere alle persone e correre a farsi abbracciare" non sono tipici dei bambini con autismo, anche se a volte possono essere per così dire 'ammaestrati' a fare certe cose. Comunque è la curiosità, l'interesse alla persone il desiderio di esplorare le cose e gli altri , insieme con la presenza di emozioni e reazioni vive agli eventi quotidiani, che manca ai bambini autistici, chiusi in un loro mondo come in un guscio difensivo che esclude tutto il resto.
Ovviamente però la parola definitiva può essere detta solo dall'esame diretto, e anche qui a volte da un periodo di osservazione delle sviluppo.
Cordialmente
dr GBenedetti
PS: aggiungerei ripensandoci che può esserci comunque un disagio del bambino, magari per la separazione per andare all'asilo o per altri aspetti familiari, e può darsi che le cose che segnala la mamma, con molta sensibilità, siano espressione di un periodo di difficoltà nel rapporto con lei. In ogni caso può essere opportuno un aiuto specialistico a capire meglio cosa sta succedendo e se c'è qualche difficoltà, nell'organizzazione e nelle relazioni o nelle modalità educative o altro, che può essere rimediata. Occorre allargare il fuoco dell'osservazione dal campo ristretto al bambino, isolato, alla vita familiare, ad eventi che possono aver colpito, anche se inavvertitamente, il bambino. Oltre all'andata al nido, momento spesso difficile e non privo di reazioni, di solito transitorie.

prestazioni, checklist, preoccupazioni

La signora ha poi risposto elencando una serie di osservazioni sulle capacità del bambino che alimentano le sue preoccupazioni.

Così rispondo:
"Un errore oggi diffuso fra i tecnici (ma evidentemente anche fra i genitori, senza loro colpa, anche per il bombardamento mediatico interessato che subiscono) è quello di fare la diagnosi (di malattia o di sviluppo)in base a 'liste di sintomi', da cui trarre un 'punteggio' dove al di sopra o al di sotto di un dato numero scatta la diagnosi. Più o meno come i test psicologici sui rotocalchi. Spero che dallo psicologo non sarà la stessa cosa.
Dalla sua 'lista' temo si deduca in effetti che lei è molto preoccupata e molto occupata a documentarsi, col rischio di diventare esperta in test e meno 'esperta' nel 'capire' il suo bambino come mamma, cosa che non può essere insegnata da nessun manuale di istruzione. Ma si può dedurre abbastanza poco del bambino, perchè le liste sono essenzialmente 'quantitative' (punteggi) e colgono poco la 'qualità' dei comportamenti, delle relazioni, delle interazioni, delle comunicazioni, degli aspetti emotivi, affettivi ecc.
Il rischio per i genitori, spero non per lei, è di trasformarsi in somministratori di test, o poi di 'stimoli', diventando tecnici e perdendo l'intuito la spontaneità e la capacità istintiva di 'capire' il figlio. Il mio consiglio è di lasciar perdere le istruzioni tecniche e di mantenere il più possibile l'istinto materno - è sempre stato conosciuto così: in termini tecnici un importante psicoanalista ha chiamato questa particolare insostituibile funzione materna 'reverie', quasi un contatto 'di sogno', essenziale per il bambino, che come i sogni non può essere programmato e 'imparato' o misurato.
Si affidi a uno specialista esperto di sviluppo dei bambini e di sua fiducia per i suoi dubbi e paure, e cerchi di vedere il suo bimbo come un tutto, una persona globale, e non come una somma di prestazioni.
Spero di non essere stato troppo brusco, in ogni caso non intendevo essere minimamente offensivo nè svalutativo delle sue preoccupazioni di mamma, ma solo metterla in guardia da possibili rischi inconsapevoli.
Cordialmente
dr GBenedetti

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