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rischio abbandono scolastico

Buongiorno,
sono un padre preoccupatissimo.
Sarebbe preziosa la Sua opinione riguardo mio figlio, di quasi 15 anni, che da circa un anno e mezzo ci sta facendo penare.
Al momento (è iscritto al secondo anno delle superiori) ha un'ansia elevatissima per la frequenza scolastica ed è a rischio di abbandono.
Tutto è iniziato nella seconda media, quando si sono manifestate difficoltà nell'apprendimento e nella scrittura (prima aveva una grafia perfetta, mentre ha iniziato progressivamente a scrivere in maniera disordinata e calcando due volte ogni lettera).
Il suo atteggiamento era comunque positivo e interessato alla scuola e ha frequentato regolarmente anche se non brillando fino all'esame di terza media, che ha superato.
Nel primo anno delle superiori è passato dalla media ( era una privata religiosa) ad un liceo pubblico e nel frattempo avevamo richiesto a tale scuola l'applicazione della legge 170/2010 avendo avuto la relativa certificazione di DSA.
La conflittualità con un'insegnante ed i consigli dello specialista che lo seguiva hanno suggerito l'iscrizione, in corso del primo anno, ad un istituto professionale, nel quale i docenti erano disponibilissimi ma purtroppo l'ambiente assai degradato non facilitava le relazioni e mio figlio si ritrovava senza amicizie.
In quel periodo (marzo/maggio scorsi) si sono notevolmente accentuati alcuni rituali (gesti ripetuti e frasi) che in passato erano stati solo saltuariamente presenti e inoltre si manifestano atteggiamenti di irascibilità e intolleranza ai divieti che sfociavano a volte nell'aggressività. Subito dopo tali scatti si pente e si scusa, restando impaurito del fatto che la sua condotta sbagliata possa essere giudicata male.
Da maggio scorso non ha più voluto andare a scuola e attualmente (lo abbiamo iscritto al secondo anno di un istituto privato nel quale, pur se accolto benissimo anche dai compagni è andato solo il primo giorno) la mattina si veste, si reca a scuola ma non riesce ad entrare (ha paura che gli chiedano qualcosa i professori nonostante noi genitori e gli stessi professori lo rassicurino in ogni modo).
Sono davvero preoccupato; gli specialisti che lo seguono (neuropsichiatra e psicologo) affermano che con il giusto atteggiamento da parte nostra (genitori) la situazione si dovrebbe rasserenare. Ieri il neuropsichiatra ha consigliato, per ridurre i rituali e abbassare l'ansia che lo blocca, di somministrare il Prozac (mezza compressa al giorno).
Abbiamo l'impressione che si sia instaurato un circolo negativo che allontanandolo dalla scuola e dai contatti con gli altri, lo porti a chiudersi e ad essere sempre più nervoso e insoddisfatto di sè.
Ha difficoltà, al momento, anche a sostenere terapie psicologiche (dice che vorrebbe "fatti" non parole).
E' un ragazzo sensibile, gioioso quando è lontano dagli "obblighi" e amante delle cose semplici (passeggiate, chiacchierate con la nonna, cerca molto gli altri e rimane deluso profondamente quando questi non si rendono disponibili).
Attualmente anche solo parlare della scuola o dei compiti lo stressa, anche se poi percepiamo che vorrebbe fortemente superare questo blocco (è attratto dai compagni e avrebbe grande voglia di dimostrarsi capace di frequentare come gli altri).
Non sappiamo cosa fare, ci sembra che da un anno abbiamo un'altra persona rispetto a quella che ricordiamo, serena e sorridente.

Che ne pensa?

Grazie mille in anticipo!

Lucio

Descritta così sembra una

Descritta così sembra una 'fobia scolare', penso che sia espressione di una crisi adolescenziale, cioè di uno scompenso della situazione precedente per l'assommarsi di tanti fattori. Mi meravigli un po' che si parli di DSA perchè di solito , ammesso che 'esista' e non sia una 'malattia inventata', comporta difficoltà ad acquisire capacità, non la perdita di queste.
L'adolescenza è appunto un periodo di cambiamento, in cui i figli a volte in poco tempo cambiano che non si riconoscono più, sia fisicamente che psichicamente, ma qui c'è qualcosa di più difficile.
In questi casi io di solito lavoro con tutta la famiglia, per approfondire la situazione familiare e mettere a fuoco possibili disfunzioni e squilibri che si sono resi insostenibili con l'adolescenza del figlio.
Potreste forse fare una consulenza presso specialisti che si occupano di terapia della famiglia.

Cordialmente
drGBenedetti

la giusta direzione...

Grazie della sua risposta.
Una terapia sistemico-familiare è quello che ci hanno consigliato di intraprendere.
Ho delle perplessità sul farmaco (Prozac) perchè ho letto di tutto e il contrario di tutto.

Ho anche dubbi sulla efficacia del trattamento a medio termine, ma so che probabilmente nessuno potrebbe scioglierli davvero!

Fatta questa premessa, mi interesserebbe molto comunque un parere sulla dicotomia di fondo che mi trovo davanti:

A) comprendere la situazione di sfiducia del ragazzo e in qualche modo non far pesare le mancate giornate scolastiche, gli atteggiamenti compulsivi, le sfuriate e le arrabbiature, cercando così un'intesa emotiva sulla quale, in seguito, rendere stabile un dialogo mirato alla identificazione ed alla possibile rimozione dei problemi di fondo.
In tal modo però mi sembrerebbe di "adagiarmi" sulle sue posizioni e ciò potrebbe indurlo a ritenerle giuste.

B) attuare una posizione, comunque serena, ma di ferma evidenza (con piccole punizioni, oppure evitando azioni premianti) di mancata condivisione delle sue scelte comportamentali sperando così di spingerlo verso una auto determinazione al cambiamento attraverso la percezione della nostra delusione.

Credo infatti che l'unica cosa davvero sbagliata sia oscillare fra queste due posizioni.

Grazie ancora della sua preziosa attenzione,
a presto
Lucio

Le dicotomie sono in effetti

Le dicotomie sono in effetti degli artefatti: i fattori e le possibilità sono sempre molte di più, e c'è qualcosa di falso nel ridurli a una dicotomia.

In realtà lei genitore è immerso nel problema e non può vederne nè la maggior parte dei fattori nè le soluzioni. Meglio prendere atto che non si sa che fare e cercare di capire meglio i fattori in gioco, sapendo che in certi momenti bisogna comunque decidere, prendendosi la responsabilità, anche di sbagliare scelte. Il lavoro con la famiglia mi sembra fondamentale, le 'scuole' possono essere diverse, sistemica, relazionale, psicoanalitica, l'importante è che si possa lavorare sulla situazione con quello che c'è a disposizione.
Importante è anche che la 'barca' familiare resista e non si faccia travolgere o buttare sugli scogli. A volte è questione di tempo, le trasformazioni in atto possono non essere visibili, importante è che passato il terremoto rimangano le forze e le condizioni per ricostruire.

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