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Piet Mondrian al Vittoriano.

Una bella mostra in questi giorni a Roma permette di mettere a fuoco la figura di Mondrian (Olanda, 1872 - New York, 1944), prima per me quasi solo un nome associato ai suoi famosissimi quadri di linee nere incrociate e quadrati rossi o blu su sfondo bianco, talmente conosciuti da diventare quasi un clichè dell'arte astratta. Molto interessante la possibilità di seguire, attraverso un ottantina di dipinti e disegni, l'evoluzione del pittore fra gli inizi realistici post-impressionistici nell'Olanda di fine 800, attraverso lo shock del contatto con il cubismo a Parigi negli anni subito prima della grande guerra e poi lo sbocco astrattista degli anni fra le due guerre mondiali. I quadri che coprono il primo periodo naturalista mostrano una raffigurazione un po' cupa del paesaggio olandese dove il realismo iniziale comincia presto ad alterarsi in forme vagamente visionarie e inquietanti, attraverso le nebbie e i grigiori nordici, dove oggetti diversi sembrano prendere forme simili, una torre, un mulino, un busto umano. Alcune opere ‘impressioniste’ segnano un periodo diverso, di cambiamento, con colori più contrastanti, eccessivi, selvaggi (fauves) e sembrano convivere in quegli anni con opere trasfigurate da intenti simbolistici legati alle teorie teosofiche cui l'artista si accosta, il crisantemo morto, i fiori disegnati quasi ossessivamente, la bambina e il fiore, contornata da linee avvolgenti che ricordano l'urlo di Munch. Il contatto con l'arte cubista determina un cambiamento catastrofico che stravolge completamente la precedente rappresentazione naturalista della realtà circostante, che vari indizi mostravano mal tollerata dal non più giovanissimo pittore. L'esperienza cubista sembra innestarsi in una tendenza già in atto che sembrava portare a una progressiva scarnificazione della realtà, processo che sembra ben visibile nella serie di alberi, che da inizi vicini forse a Cezanne lo portano a visioni lineari progressivamente rarefatte e scarnificate dove restano solo fantasmi di tronchi e rami, inizialmente a contenuto quasi mostruoso ( alcuni spunti evocano le pitture goyesche alla casa del sordo) poi via via sempre meno cariche di evocazioni e stati d'animo. Il cubismo sembra avere l'effetto di demolire il mondo precedente già vaccillante ma non dura che poco tempo nel nostro artista, che deve lasciare Parigi e tornare in Olanda, dove lo sorprende lo scoppio della guerra costringendolo per 4 anni a non uscire dalle frontiere.
In Olanda era tornato per la malattia e poi la morte del padre, indicato in alcuni cenni biografici, come un rigido calvinista. Della madre l'unico cenno sembra evocare uno stato depressivo, ma senza altre notizie.
Mancano (nella mostra) opere fra il 1913-14 e il 1919 e la successiva 'composizione', una scacchiera continua a quadri piccoli che occupa tutta la tela, è come un'improvvisa manifestazione di una metamorfosi che quasi come in un bozzolo è avvenuta negli anni di chiusura nell’ambiente olandese, da cui Mondrian si allontanerà poi definitivamente.
Rapidamente dalla scacchiera si passa alla grata di linee che costituiranno quasi il clichè di Mondrian per i successivi venti anni, clichè che a mio parere sembra restare invariato, anche se con continui rimaneggiamenti, in cui all'oggetto, ormai assente, si sostituiscono i rapporti costituiti geometricamente dalle linee verticali e orizzontali e dagli spazi che delimitano. Anche i colori, prima limitati ai tre primari rosso giallo e blu sembrano progressivamente far spazio al bianco e infinite variazioni di bianco e di linee, singole e doppie. Contemporaneamente Mondrian sembra espandersi ad occuparsi di una visione mistica del significato della vita di cui pretende quasi di aver trovato il metodo per giungere alla suprema armonia. Vuole occuparsi anche di musica, teoreticamente, per indicare la strada per un'arte totale scarnificata degli aspetti 'tragici' dell'esistenza, per assurgere alla suprema armonia che prefigurerebbe un nuovo mondo. All'epoca non mancarono come è noto movimenti artistici rivoluzionari con simili pretese, prima e dopo la prima guerra mondiale, dal futurismo al fauvismo al dadaismo al suprematismo, ecc ma quello di Mondrian, cui dette il nome di neo-plasticismo, sembra uno di quelli perseguiti con più costanza visionaria e che ebbero più successo commerciale e di critica, con l'apertura del mercato anglosassone e americano.
Al contempo l'artista si identificava sempre più totalmente con le sue teorie e configurava anche il suo ambiente di vita e di lavoro secondo i parametri della sua visione, quasi con una identificazione totale di vita ed opera. ‘Scoppiato’ l'astrattismo sembra però quasi che l'evoluzione si sia come arrestata, e la mostra infatti presenta variazioni quasi identiche dello stesso schema di linee, spazi e colori, a parte l'evoluzione sostenuta dall'analisi ossessiva di minime variazioni. Per contro la vita personale sembra quasi solo 'ufficiale', legata alle riviste, rapporti personali vengono stretti e rotti per disaccordi artistici, non sembra esserci spazio per figure femminili e per una vita amorosa. Non è presente nella mostra, ma è noto il trittico della trasfigurazione del periodo simbolista legato alla teosofia (una bella immagine in questo link), forse unico in cui è rappresentato un nudo femminile, quasi intravisto attraverso veli semitrasparenti e vincolato a un significato simbolico che non ne toglie però completamente un fondo sensuale inquietante. Viene detto che Mondrian era estremamente timido, a disagio con le donne, arrossiva facilmente.
Il ventennio viene bruscamente interrotto dal peggiorare della situazione politica in Europa con i venti di guerra che vengono dalla germania nazista. Mondrian, ormai circondato di estimatori, si sposta da Parigi a Londra e poi a New York, portando ogni volta con sé tutto l'armamentario e gli arredamenti cui è ossessivamente vincolato.
A New York improvvisamente qualcosa sembra infiltrarsi nella rigida corazza: la musica jazz, il boogie-woogie, la vita newyorkese sembrano scardinare la costruzione in cui il pittore si era inscatolato. Non ci sono alla mostra, ma le ultime opere, intitolate appunto al Boogie-Woogie, (Broadway B-W e addirittura Victory B-W , visibili qui insieme ad altre opere) sembrano portare una primavera rivitalizzante di colori alle griglie Mondrianiane quasi preludendo a una rinascita (come se gli alberi scarnificati e ridotti a una grata di prigione improvvisamente si rivitalizzassero e si riempissero di fiori allegri), ma il nostro soccombe improvvisamente a una broncopolmonite nel 1944, pur in quell’America che pochissimo tempo dopo avrebbe diffuso la penicillina nel mondo.
Un destino amaro, quasi di un prigioniero che uscito all'aria fresca dal clima della prigione cui si era abituato, non può resistervi e muore tristemente davanti alla sua pur tardiva libertà riconquistata.

Ovviamente quest’interpretazione della vita e dell’opera di Piet Mondrian è basata solo su congetture personali stimolate dalla mostra e dalle pochissime notizie biografiche, alla maniera delle ‘patografie’ care a Freud e ai primi psicoanalisti e ora assolutamente fuori moda, ma mi è sembrato non sbagliato renderla pubblica.

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