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Bambini che non dormono

BAMBINI CHE NON DORMONO

Anche questo è un problema frequentemente posto dai genitori. E anche nella pratica specialistica quotidiana le notizie sulle abitudini di sonno dei bambini, a volte quasi casualmente, evidenziano un problema diffuso nella famiglie con bambini piccoli e non solo. Sono non infrequenti i casi di figli che dormono con i genitori fino all’adolescenza, o meglio con un genitore mentre l’altro si ritira nel letto del figlio, non solo come reazione episodica a uno stress ma come abitudine inveterata. Emerge spesso nelle visite quasi come un segreto, che spesso il figlio/a non vuole che venga tradito, ed è spesso la ‘ciliegina’ che corona una ‘torta’ di difficoltà ingravescenti.
E’ quindi importante occuparsi delle difficoltà di dormire e delle ‘cattive abitudini’ che spesso vengono lasciate crescere dai genitori in nome della stanchezza, o della paura di traumatizzare i figli e poi diventano problemi difficile da risolvere.

Il sonno

Il sonno come è noto è un fenomeno fisiologico importante della nostra vita che occupa un bel po’ di tempo della giornata, di più nel neonato (e a maggior ragione nel feto) , via via di meno durante la crescita e l’età adulta fino a ridursi nella vecchiaia a una durata più limitata rispetto alla veglia. Corpo e mente nel sonno si ritemprano dalle fatiche quotidiane e si preparano ai nuovi impegni della giornata. I neonati ( ma anche il feto negli ultimi mesi di vita intrauterina) alternano fasi di sonno e di veglia di breve durata, fasi che via via si raggruppano nel corso del primo anno portando abitualmente a un periodo di sonno notturno più lungo e alcuni periodi di sonno diurno più brevi durante il giorno. Nel secondo e terzo anno il sonno diurno si riduce al solo pomeriggio e dai quattro anni in poi di solito scompare. Tant’è vero che molti asili sono organizzati per permettere la pennichella ai bambini di 3 anni, ma non in età superiore. Nei paesi caldi però (Messico insegna) la siesta pomeridiana resta un obbligo o quasi, mentre nei paesi più freddi o temperati questa abitudine tende a non esserci.

Sonno e sviluppo psichico

Il primo anno di vita può essere segnato da problemi di sonno dei genitori, più che dei bimbi, perché questi, bene o male, le loro ore di sonno le fanno, distribuite lungo tutta la giornata. Magari però non ‘ingranano’ subito i ritmi degli adulti, ‘prendono il giorno per la notte’ o sono disturbati in varia misura da coliche, eruzione di denti, stimoli di fame. Bene o male il primo anno passa per tutti ma è dal secondo anno che possono cominciare i problemi, perché il sonno non è più uno stato in cui il bambino cade per stanchezza, quasi senza accorgersi, automaticamente, ma per così dire diventa una questione ben più complessa. Lo stato di sonno diventa infatti come un mondo diverso da quello della veglia che il bambino sta appena cominciando a conoscere, il passaggio fra i due mondi non è così facile. Il bambino lo affronta spesso con paure ed ansie proprio come il passaggio dal mondo familiare conosciuto al mondo esterno popolato di estranei. E’ verso l’ottavo mese di vita, solitamente, che il bambino comincia a differenziare gli estranei dalle persone di casa, mostrando chiaramente una reazione insieme di timore e curiosità per il mondo e le persone sconosciute. Tale reazione per un tempo più o meno lungo impronterà il suo atteggiamento e la separazione dall’ambiente noto. L’avventurarsi nel mondo esterno è indispensabile alla crescita e allo sviluppo però comporta inevitabilmente difficoltà ansie e paure e richiede una certa ‘maturità’ e una “base sicura” cui restare collegati e cui poter tornare. Come in ogni fase di crescita il bambino deve essere ‘accompagnato’ ad affrontare la nuova esperienza e incamerarla nel suo apprendimento. Se prematura o non sufficientemente gestita, la separazione dall’ambiente e dalle persone conosciute, tipo l’andare all’asilo nido ma anche l’addormentamento, può essere un’esperienza traumatica. Anche il passaggio dalla veglia al sonno è quindi una fase delicata che il bambino deve imparare ad affrontare, cosa che richiede analogamente un accompagnamento nel distaccarsi dal mondo conosciuto e controllato per avventurarsi nel mondo sconosciuto.

Sonno e apprendimento sociale

Inoltre il sonno e l’addormentarsi a partire dal secondo anno circa perdono il carattere di fenomeno fisiologico e spontaneo per cadere nell’ambito dei fenomeni sottoposti a regole di educazione e tradizione culturale e diventa qualcosa che fa parte dell’apprendimento. Bene o male al bambino è richiesto, come per altre funzioni fisiologiche naturali, il mangiare, il fare pipì e popò, ecc di imparare a rispettare le regole che l’ambiente impone, di tempi, luoghi, educazione. Comincia quindi per il bambino, dopo il primo anno, la fase di “contrattazione” con l’ambiente riguardo a suoi bisogni e richieste e modalità e regole. Negli ambienti “primitivi” ( e in certe situazioni disagiate anche nel mondo moderno) queste sono ridotte al minimo: si vive tutti in una tenda o stanza, si mangia quando c’è il cibo, si fanno i bisogni all’esterno, si vive con un minimo di regole (salvo i rituali magici che dominano la vita dei popoli primitivi) di immediata comprensione. Nel mondo ‘civilizzato’ occidentale vigono regole culturali ed educative più complicate e meno immediate, di tempi, spazi, privacy, comportamenti, che sono alla base dell’adattamento all’ambiente e che vengono quindi richieste ai bambini fin da molto piccoli. Queste dipendono anche dallo sviluppo tecnologico, per così dire: ad esempio l’invenzione di pannolini sempre più sofisticati ha portato l’epoca del controllo sfinterico dall’età di 1 anno, quando ancora c’erano i pannolini di cotone (“sorrisi”, chi ha più di cinquant’anni li ricorderà), a 2 anni, con i primi pannolini usa e getta rettangolari, agli attuali tre anni con quelli più perfezionati ed anatomici di oggi. Questo ci ricorda che la ‘cultura’ e l’ambiente influenzano grandemente lo sviluppo e l’educazione.

Sonno ed educazione

Tornando al sonno, dal secondo anno questo diventa dunque oltre che uno stato fisiologico necessario di riposo e un ‘altro mondo’ che si alterna alla veglia, un campo di educazione del bambino, insieme ad altri più o meno contemporanei. Gli viene cioè richiesto di aderire ad alcune regole per farle diventare abitudini che facilitano l’adattamento all’ambiente di vita. Le regole variano a seconda degli ambienti e variano le modalità e l’elasticità con cui vengono proposte ai bambini. E’ possibile, come sosteneva Freud, che la rinuncia alla soddisfazione immediata dei bisogni e dei desideri comporti una sofferenza, un disagio ineliminabile dalla civiltà. Ma forse questa è una visione ‘ingenua’ e parziale che pretende che la vita primitiva naturale sia meno disagiata della vita civilizzata. Però in effetti molti genitori aderiscono a questa visione e si sentono in colpa nel ‘costringere’ il loro bambino a lasciare il suo Giardino dell’Eden e ad entrare nel mondo civilizzato pieno di limiti e regole. E’ probabile invece che molti disagi dipendano da come si svolge questa fase di ‘educazione’ e ‘apprendimento’ delle regole sociali. Per ogni famiglia e ogni bambino è questa una fase di tentativi ed errori ed una specie di ‘vertenza sindacale’, fra richieste del bambino e richieste della ‘controparte’ genitori, come esponenti della società degli adulti. Quando le cose si mantengono entro i limiti di una normale trattativa, non ci sono particolari problemi. Questi invece insorgono quando la trattativa va male e si trasforma in uno scontro o quasi una guerra in cui talora le parti si trovano coinvolte fino allo sfibramento. Come succede spesso nelle ‘trattative’ è importante che le parti, o meglio in questo caso la ‘parte’ genitori, abbia ben chiare le cose e i limiti e le richieste che sono accettebili e compatibili con il buon funzionamento della famiglia e quali no. Ci possono essere bambini più o meno tenaci e resistenti nel difendere le loro richieste, che sono quelle di non cambiare le loro abitudini e di mantenere la totale libertà cui erano abituati, in un’ottica di soddisfare subito tutti i loro bisogni e desideri. Ma per lo più l’esito della trattativa e della vicenda educativa dipende dalla convinzione dei genitori nello svolgerla. Cioè da quanto questi sono sicuri che le loro richieste, regole, limitazioni poste alla libertà del bambino, siano utili legittime e fondamentali per la sua crescita , il suo apprendimento e il suo inserimento e buon adattamento alla società. Quando i genitori sono incerti, ambivalenti o addirittura ‘parteggiano’ più o meno apertamente con le richieste del bambino, allora di solito non riescono ad essere abbastanza convincenti e il bambino trova modo di resistere, rifiutare ed evitare quanto richiestogli, sentendo spesso un alleato segreto nel genitore stesso. Tutto ciò copre spesso un senso di colpa più o meno consapevole del genitore che per motivi suoi può sentirsi inadeguato al suo compito e spesso viene colpevolizzato da altri. Il genitore in causa non si rende spesso conto della situazione: anzi ritiene di proteggere il suo bambino da esperienze traumatiche, lo appoggia più o meno segretamente nel suo rifiuto delle regole sociali e nella sua contrapposizione alla società e alle sue (della società) richieste. Il genitore può parteggiare per il bambino per motivazioni diverse, personali, ideologiche, ecc, ma poichè prima o poi le pretese del bambino lo sfiniscono e lo disturbano oltre al sopportabile, finisce che a un certo punto passa dall’altra parte e il bambino non capisce più la situazione: si sente tradito e perduto e aumenta le sue resistenze e i suoi scontri con tutti i mezzi che può e spesso la situazione arriva al punto di rottura. In questi casi è necessario l’intervento di un ‘mediatore’, come l’ONU nelle guerre in giro per il mondo: si deve cessare le ostilità e tornare al tavolo delle trattative, che anche in questi casi devono esser condotte sul piano pratico in modo resistente e tenace da un ‘mediatore’ esperto di psicologia dei bambini (neuropsichiatra infantile o psicologo dell’età evolutiva). A questo punto si tratta a volte di ‘domare’ la piccola fiera selvaggia che non vuole essere ‘civilizzata’ e non vuol perdere i ‘privilegi’ che aveva e di riproporre in modo convinto e consapevole le regole e i limiti e le abitudini che servono alla crescita. Allo stesso tempo vanno capite e affrontate però le sue paure e insicurezze e va aiutato a raggiungere la sicurezza e la maturità che gli mancano. E’ più faticoso ma è importante non perdere questa seconda possibilità prima che il bambino diventi troppo grande e tutto molto più difficile.


Come educare i bambini a corrette e salutari abitudini di addormentamento e sonno
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Il bambino dovrebbe fin dall’inizio avere un suo posto specifico per dormire: dalla culla nei primi mesi al lettino a cancelli dal secondo semestre fino ai due tre anni e infine un vero e proprio letto singolo in una camera diversa da quella dei genitori. Il lettone dei genitori non è un tabù, se non diventa una regola, ma resta un’eccezione legata a comodità di allattamento, stanchezza dei genitori, occasioni particolari, malesseri e malattie, la domenica mattina per stare insieme ecc. Ma è bene appunto che resti un’eccezione, ben accetta da tutti, e che non si imponga come una abitudine. La fase dell’addormentamento è bene che venga vissuta nel proprio lettino, con gli aiuti e la compagnia dei genitori a turno, preceduta da una diminuzione dell’attività, con rituali di separazione tranquillizzanti che avvicinino al momento dell’andare a letto (lavarsi i denti, mettersi in pigiama, racconto di fiaba, lettura di breve brano di un libro, bacio della buonanotte, ecc). Fargli compagnia è bene che sia stando accanto, e non nel letto col bambino. E’ una specie di graduale abitudine a stare solo nel suo letto, ma sapendo che il genitore o i genitori sono vicini, anche se non attaccati a lui. Stessa cosa vale per i risvegli notturni o precoci. I genitori, a turno, riaccompagnano il bambino a letto, gli fanno una breve compagnia. Così facendo il bambino può abituarsi a essere da solo nel letto e nella stanza, per periodi progressivamente più lunghi, anche se è sveglio, e si abitui anche alla situazione di ‘solitudine’, che non vuol dire ‘abbandono’: sa che i genitori sono nell’altra stanza, disponibili, ma a una giusta distanza, che è forse la parola chiave dello sviluppo normale. La porta aperta gli permette di sentire i loro suoni, gli altri suoni di casa, ovviamente a basso volume. Si abitua al suo posto nella casa, insieme ma separato da quello dei genitori, che possono avere loro spazi separati senza per questo essere lontani dal figlio. Che è la condizione che permette il normale funzionamento, come su un traghetto o aereo o treno o autobus dove il posto di guida è vicino, ma riservato ai guidatori e non accessibile ai viaggiatori, salvo eccezioni. Nessuno monterebbe credo su un aereo dove la sala comandi è invasa dai passeggeri, senza limiti e dove regna la confusione e non si capisce che è ai comandi, o dove le persone dell’equipaggio stanno fra i passeggeri e non ai rispettivi posti.

Disturbi del sonno nei bambini: dissonnie e parasonnie

Il sonno ha varie fasi. L’addormentamento è la fase di distacco dalla veglia cosciente e può comportare difficoltà e problemi vari. L’’insonnia’ è l’impossibilità di addormentarsi. Lo stato di sonno vero e proprio poi comprende varie altre fasi fra cui particolarmente conosciuta è la fase di sonno rem (dall’inglese rapid eyes movements, rapidi movimenti oculari) che corrisponde allo stato in cui si sogna. Anche lo stato di sonno può presentare difficoltà, che possono portare o meno al risveglio precoce e vanno sotto il nome di ‘parasonnie’, quali i terrori notturni, il parlare e agitarsi nel sonno fino al sonnambulismo, che tipicamente avvengono in fase di sonno non rem, cioè non corrispondono ai sogni.

Dissonnie

Sono alterazioni della ‘quantità’ del sonno, o per difficoltà all’addormentamento o risvegli frequenti o risvegli mattutini troppo precoci. Sono dovute generalmente ad abitudini non adeguate e a difficoltà educative, legate agli aspetti che abbiamo descritto sopra. La modifica delle abitudini e il miglioramento delle regole educative (non così facile però da ottenere) è di solito sufficiente a risolvere il problema quando questo è semplice. A volte però vi sono anche altre difficoltà comportamentali o sociali, come ad esempio la difficoltà di separazione che può arrivare fino alla fobia scolare o sociale - in cui il bambino non riesce più ad andare a scuola e a frequentare attività sociali e sportive della sua età e ‘sta bene’ solo a casa e in compagnia dei familiari più stretti. In questi casi è spesso necessario un intervento specifico di specialisti esperti nella materia, come descriveremo prossimamente.

Parasonnie

Sono invece alterazioni per così dire dalla ‘qualità’ del sonno. Il soggetto non interrompe lo stato di sonno, ma manifesta comportamenti non presenti normalmente nel sonno: parla, grida, si agita, addirittura si alza e cammina ma non si risveglia e il giorno dopo non ricorda l’accaduto. Alcuni problemi del sonno possono essere legati a questi aspetti: gli incubi, i terrori notturni, il sonnambulismo, che vanno sotto il nome tecnico di ‘parasonnie’. Sono distinti dai sogni, oltre che perché questi normalmente non si manifestano all’esterno come invece i primi, cioè non escono dai limiti del sonno, ma anche perché avvengono in una fase di sonno diversa da quella REM tipica del sogno. Sono manifestazioni di contenuti emotivi poco ‘digeriti’ che riemergono durante il sonno. Non rivestono in sé particolare significato patologico ma spesso, ‘esplorando’ la situazione psicologica individuale e familiare, si trovano elementi di inquietudine o preoccupazioni non espresse o disfunzioni dell’organizzazione familiare e può essere utile focalizzarsi su queste e migliorarle.

Disturbi dell’addormentamento

I disturbi cronici dell’addormentamento, escludendo quindi quelli occasionali legati a eventi esterni o stati di malessere intercorrenti, sono i disturbi più frequenti e costituiscono talora un notevole problema per i genitori. Il bambino non si addormenta alle ore e con le modalità richieste, non accetta di stare in un letto e in una camera separati, spesso crolla a un certo punto per il sonno ma al primo risveglio notturno migra nel letto dei genitori e resiste strenuamente ai tentativi spesso disperati di questi ultimi. Il bambino rifiuta di imparare e di crescere, attaccandosi strenuamente all’abitudine precedente. Le cause possono essere essenzialmente di due tipi: una più educativa, ambientale, una più individuale del bambino. Nel primo caso l’ambiente non dà eccessiva importanza a regole educative e limiti e segue la via più semplice e meno conflittuale di lasciare che il bambino faccia come vuole. Nel secondo caso il bambino non ha maturato una sicurezza sufficiente per affrontare la fase di separazione. Di solito i due aspetti sono variamente mescolati.

Effetti dei disturbi del sonno

La quantità e la qualità del sonno, oltre che essere segno degli aspetti educativi e di contenimento psichico ambientali, si rispecchiano nel benessere quotidiano dei bambini o viceversa la loro insufficienza si riflette in altre difficoltà della vita diurna. Una di queste è l’iperattività e la difficoltà di attenzione che di questi tempi produce problemi crescenti nelle scuole. La carenza di sonno è una delle possibili cause di questo quadro clinico, che in passato veniva chiamato Sindrome Ipercinetica e oggi viene denominato ADHD (al solito prendendolo pari pari dall’inglese: Attention Deficit Hyperactivity Disorder, traducibile come Disturbo di Attenzione e Iperattività che sarebbe D.A.I. ma per gli anglodipendenti di casa nostra è ovviamente troppo) e troppo spesso attribuito a cause organiche e curato, specie in America, con psicostimolanti derivati o simili all’amfetamina. Spesso il miglioramento del sonno e delle regole educative diminuisce i disturbi diurni senza rischi e effetti collaterali. Le abitudini tipo dormire regolarmente nel lettone con un genitore, in età sopra i cinque, sei anni o addirittuara nell’adolescenza sono spesso legati a problemi anche nel mondo diurno, scolastici o comportamentali, causa ed effetto insieme di una confusione di ruoli e spazi che nell’adolescenza è particolarmente dannosa.

I rimedi

Come abbiamo visto i disturbi cronici del sonno dei bambini dipendono in gran parte da aspetti ambientali: educativi e di organizzazione familiare che si riflettono sul senso di sicurezza dei bambini e sulla loro maturazione psicoaffettiva. Non sono ‘sintomi’ o ‘malattie’ ma ‘cattive abitudini’ o segni di inquietudini legate ad organizzazioni ambientali non sufficientemente adeguate alla crescita dei bambini. I rimedi sono nel miglioramento dell’organizzazione familiare e delle modalità educative: qualche volta richiedono anche la consulenza di esperti che, in mancanza di Mary Poppins o delle tate di “SOS tata”, normalmente sono i neuropsichiatri infantili o gli psicologi dell’infanzia, oltre ovviamente ai pediatri che abbiano particolare esperienza ed attenzione ai problemi comportamentali dei bambini. Quando le situazioni sia del bambino che familiari sono più complesse e ai disturbi del sonno si associano disturbi nella vita diurna, può essere indicato un approfondimento e un intervento di consulenza o terapia familiare e psicoterapia individuale. Normalmente c’è poco posto per gli psicofarmaci, assolutamente controindicati nei bambini anche per gli effetti ancora poco conosciuti sul loro cervello in via di sviluppo, mentre camomille e simili possono essere usate, anche come effetto placebo innocuo legato ai rituali di addormentamento.

Dr Gianmaria Benedetti, 2009

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